"Secondo me, l’editoria italiana, con un ritardo di quindici anni, ha preso la stessa piega che quindici anni prima aveva preso l’industria discografica. E questo è avvenuto alla fine degli anni Settanta. E’ stato in quel momento che la letteratura ha perso molto della sua sacralità per diventare, appunto, un business. I discografici, che badano al sodo, e dunque alla grana, l’avevano capito al momento buono, cioè quando nel mondo è esploso il beat, poi chiamato rock. Cioè avevano capito che occorreva creare dei cloni italiani di artisti stranieri. Perché nel mercato si era abbassata la soglia d’età degli acquirenti. Ed erano i giovani a comprare, giovani che prima non esistevano semplicemente perché non avevano un giradischi in casa. Ora invece il giradischi c’era e bisognava creare prodotti per loro, prima traducendo in italiano canzoni che avevano avuto successo all’estero e subito dopo inventando personaggi nostrani che potevano somigliare agli idoli d’oltremanica o d’oltreoceano. Con la letteratura è andata più o meno così. Si sono creati dei cloni che hanno scritto cose simili a quelle che avevano avuto successo all’estero e l’operazione ha funzionato. Vedendo che l’operazione funzionava, gli editori hanno cominciato a pestare sul pedale inventando quella figura straordinaria che è lo scrittore giovane. Sembrava di aprire la Gazzetta dello Sport a un certo punto. Antologie di Under 25, poi di Under 21, poi di Under 20, poi di Under 15. Alè, via.E questo ha determinato il criterio di scelta dei libri da pubblicare. Tutti sanno che ogni quattro cinque anni vien fuori il libro che fa il colpaccio, in cui l’autore o l’autrice parla di sesso droga e rock ‘n’ roll, e tutti loro, gli editor, i cosiddetti editor, sono lì con le punte delle orecchie alzate per cercare di capire chi sia questo possibile nuovo autore giovane. Perché l’editor ci fa una bella figura se vende un milione di copie con un libro che ha scelto lui di pubblicare anche se è cacca o, peggio, anche se lui sa che lo è. E questo è un tema moderno che prima non esisteva. Intendiamoci, di cacca ce n’è sempre stata, ma se in Italia oggi si pubblicano 50.000 libri all’anno, bisogna per forza pensare che in mezzo ci sia anche un po’ di cacca. Non si può pensare che siano tutti Promessi sposi. Bisogna pensare che in mezzo ci sia un bel po’ di cacca e dunque che anche le librerie ne contengano un bel po’. Naturalmente la gente non se ne accorge perché questa è cacca che non puzza, ma se puzzasse allora le librerie diventerebbero dei luoghi insopportabili, non ci si potrebbe star dentro. E’ come quando si va a pesci, il pesce non urla quando lo prendi all’amo, ma se urlasse di dolore – dolore che il pesce sente – a pesci non ci si andrebbe più. E così coi libri. Se la puzza di cacca si sentisse, da certi libri ci si starebbe lontano. Uno compra un libro e se lo porta a casa e quando lo legge comincia a sentir puzza di cacca, una puzza sempre più insistente, come farebbe a continuare? Lo potrebbe mettere su uno scaffale, ma anche lì, dopo un po’, cos’è sta puzza? dice la moglie. Cos’è sta puzza? Alla fine il marito sconsolato dice: Eh, sarà quel libro che ho comprato l’altro giorno. Ed è proprio così. E’ proprio quel libro."
In cosa consiste oggi fare libri? Ogni giorno ci stiamo avvicinando sempre più verso un modello libero e aperto di divulgazione della cultura. Così come la fotografia e la musica anche l’editoria si sta sviluppando in un ambiente privo di supporto fisico. Privo del materiale con cui siamo abituati ad identificare i libri. Ma i libri, logicamente, non sono il supporto, sono il contenuto. Forse l’eliminazione dei costi di produzione di un libro cartaceo portano tutti alla possibilità di pubblicare (o comunque rendere disponibile) un libro in maniera più semplice e rapida. Se prima il problema era trovare un editore che fosse interessato a pubblicare un nostro “prodotto” e quindi dover concepire qualcosa che interessasse ai più e che vendesse, oggi questo può essere sorpassato con i libri digitali. Ma di contro questo può portare a un’eccessiva produzione di testi e pensieri che, se non vengono sottoposti ad alcun giudizio e critica a priori, potranno essere di qualità scadente. I veri critici e selezionatori saranno solo gli utenti finali. Però un altro aspetto interessante, a mio riguardo, sarebbe quello di avere testi sempre disponibili e rintracciabili, di facile ed immediata reperibilità. Per esempio quanti libri di testo e saggi oggi sono difficili da trovare (se non impossibili) mentre sarebbero fondamentali per la didattica? Se la casa editrice rendesse disponibile una versione digitale questo problema non esisterebbe. So bene che questo comporterebbe non pochi problemi dal punto di vista di divulgazione del materiale. Sarebbe molto facile procurarsi una copia illegale del libro (non che non si faccia anche con i cartacei) e quindi andrebbe a svantaggio dell’editore e dell’autore stesso. Ma quindi come porsi di fronte a questo inevitabile cambiamento? Un’ipotesi potrebbe essere quella della copia digitale in omaggio, come suggerisce Nicholas Carr in un articolo. Ma, come lui stesso scrive, non può essere la soluzione definitiva, potrebbe solo essere un buon inizio.
A short video about the letterpress print process, well done work.
Ottima realizzazione per gestire un’ interfaccia totalmente tipografica solo attraverso gestures. Stop icone e bottoni. Interagiremo sempre più spesso attraverso gesti direttamente con il contenuto? E quindi senza un’ulteriore interfaccia tra noi e ciò con cui ci relazioniamo? Disponibile ora nell’App store.
Qui un articolo interessante su come saranno le prossime interfacce.
A little photographic project about these snowing days in Urbino.
Urbino.2.2012 - It’s not always easy to get in



